Lettera d’amore alla Terra

di Daniela Basti – Roma

Cara Terra,

mi regali sempre stupori, emozioni, tutte le volte che mi immergo in un tramonto, davanti al Gran Sasso, riposo all’ombra di un albero, abbraccio la vallata che si diffonde dalla collina della mia città sotto l’oro del sole. In queste e in mille altre situazioni che ho vissuto e vivo, sento di essere parte del tuo ritmo naturale, della tua instancabile vitalità, della rete che tessi e ritessi con sapiente armonia. E poi, ti scrivo perché oggi di attenzioni, di cure, di amore, hai tanto bisogno.

Quando, in occasione dei terremoti che hanno devastato i nostri paesi e le nostre anime, molti parlavano delle vittime uccise dalla terra assassina, io restavo sbigottita nel sentirti definire in tal modo e pensavo che i terremoti ci sono sempre stati, avremmo dovuto e dovremmo essere noi uomini a mettere in sicurezza, realizzare costruzioni antisismiche, per non perdere tante vite.

Oggi sono addirittura sgomenta, disorientata, dalla ossessiva metafora bellica che attribuisce a un tuo elemento, un virus che esiste da miliardi di anni e che, in una maniera o nell’altra (non lo sapremo mai), siamo stati noi a sdoganare, un comportamento antropomorfo.

Mi vengono in mente, con tristezza, le frasi che di continuo sento pronunciare e che evocano l’atmosfera della guerra, tanto cara all’ immaginario dell’uomo, tra due contendenti che si misurano in un duello all’ultimo sangue carico di gesta di eroi, di vittime.

Ne cito alcune: il virus cecchino di cui dobbiamo imparare a schivare i colpi; il killer invisibile che ci ha dichiarato guerra, ma che non riuscirà a vincere la nostra più grande battaglia; dobbiamo riconquistare il controllo del territorio in questa terza guerra mondiale; non succederà che non sconfiggeremo la bestia, il perfido, lo schifoso, il maledetto.

Sottinteso: ci stiamo scocciando, come si permette questo virus di non sparire e poi, non è possibile che noi uomini non riusciamo a trovare un modo per eliminarlo in fretta! 

Anche io ho avuto una reazione di negazione iniziale del problema, andavo in giro spavalda, quasi deridevo chi indossava una mascherina; ho realizzato la portata, la gravità della pandemia solo quando essa ha toccato persone a me vicine.

Eh sì, perché in questa società globale, occidentale e occidentalizzata, società del qui e ora, dei consumi, della scienza e della tecnica panacee di tutti mali, è inconcepibile che non esista una soluzione immediata a ogni difficoltà, a ogni dramma, che si affaccia all’ orizzonte.

E’ facile quindi che una scoperta, una invenzione, in qualsiasi ambito, vengano subito valorizzate, sponsorizzate, esibite, applicate, per scoprire, dopo anni, gli effetti collaterali che hanno provocato. Basta pensare alle informazioni che stanno emergendo ora, abbastanza sottovoce, sui danni che hanno provocato, provocano e provocheranno, a te, cara Terra, e alla salute nostra e dei nostri figli, gli acidi perfluoroacrilici, i PFAS.

Noi   stiamo dimostrando non solo di non amare noi stessi, ma, anche peggio, di non saperci proteggere dai nostri appetiti. Con leggerezza ci avviciniamo al precipizio, come avvertono tante voci di scienziati in tutto il mondo, che preconizzano in tempi abbastanza rapidi l’estinzione della maggior parte delle specie animali e vegetali, la sesta nella storia del nostro pianeta. ma la prima della quale l’artefice sarà l’uomo.

Purtroppo, non si contemplano sfaccettature, nonostante tutto univoco è il coro, unica la richiesta, riaprire, ripartire, ricominciare, mai, mai anche ri-pensare.

Ri-pensare, e neppure prendendosi troppo tempo, lo ripetono gli studiosi, un modello diverso di vita che limiti l’utilizzo delle risorse che tu, cara Terra, non fai in tempo a ricostituire e che continuiamo a divorare. Avremo la capacità, la volontà di ri-pensare per ri-costruire un mondo diverso nel quale tutti imparino a con-vivere, a   contemperare le esigenze di tutte le specie?

Nel vocabolario tu vieni definita “L’insieme degli esseri viventi e delle cose inanimate che costituiscono l’Universo, in particolare il mondo terrestre, come entità retta da un ordine proprio”.

Un ordine a te intrinseco, ma che a noi sta stretto e dal quale tentiamo continue fughe. Dovremmo avere sempre presente questo.

A te, cara Terra, non appartengono i bisogni insaziabili, appannaggio delle nostre dinamiche perverse e che aprono distanze e ferite   insanabili tra le società e all’interno di ciascuna di esse. Il tuo meccanismo di ricostruzione rammenda, mette toppe ai varchi del reticolo che tiene legati tutti gli esseri, ripopola, mentre noi, fuori dai tuoi equilibri, cellule svagate del tuo organismo, continuiamo   a superare ogni momento il limite della vita possibile.

Ma fino a quando gli effetti, i danni dell’antropizzazione che sta invadendo ogni habitat, saranno reversibili? Si sciolgono le calotte polari, spariscono, come nell’Amazzonia, polmone di questo mondo, ettari di foreste per lasciare spazio agli allevamenti, crescono nei mari isole di plastica, l’inquinamento elettromagnetico ci avvolge. E noi uomini continuiamo abbacinati la nostra strada, perché ciò che ci sgradito e ci crea angoscia non vogliamo né vederlo né elaborarlo.

Mi viene in mente il profetico “Discorso del capo indiano Seattle al Presidente degli Stati Uniti”, del 1854 (poi sarà vero o no, non ha importanza, è importante il messaggio che cerca di trasmettere), che avverte come è l’uomo che appartiene alla Terra, non viceversa, che l’appetito dell’uomo bianco divorerà la Terra, che l’uomo bianco morirà soffocato dai suoi stessi rifiuti. Ancora, mi torna alla memoria il racconto di un collega, qualche tempo fa, che evidenzia gli aspetti onnipotenti di questa società globale, in particolare la sua deriva narcisizzante: in un paese vicino Roma, una notte un giovane a bordo di una moto, ubriaco, forse anche sotto l’effetto di droghe, aveva imboccato il viale di accesso all’abitato a velocità elevatissima, schiantandosi contro un albero. Gli amici alcuni giorni dopo avevano abbattuto l’albero, colpevole di essersi trovato sulla traiettoria della moto. 

Oggi, per quanto attiene strettamente alla nostra  comunità umana, dovremmo forse  anche aggiungere una ulteriore forma di ri-pensamento,  non lasciar andare, ma trattenere dentro gli occhi e nella mente,  le  tragiche immagini che ci hanno mostrato come nel silenzio, nel distanziamento, nell’agonia delle morti solitarie, rischiano di svaporare,  dissolversi, i miti e i  riti  legati all’affettività,  ai legami familiari e amicali, alla indispensabile elaborazione del lutto, alla memoria, al sacro che ci  pervade. Non dobbiamo allontanare da noi tutto questo, con la formula che “andrà tutto bene”, affidandoci al pensiero magico, non ci aiuta, anzi.   

Nei mesi di tempo sospeso, in cui non abbiamo vissuto l’affollata solitudine alla quale ci costringe la quotidianità di questa epoca, io ho avvertito una sottrazione di peso alle giornate non più scandite dagli ineluttabili impegni. Ho letto,  nella trasparenza del cielo, nei garriti delle rondini tornate numerose, nei cinguettii dialoganti degli uccelli che si moltiplicavano, nei  battiti stupefatti delle farfalle, nelle limpidezze dei verdi della vegetazione, nei  suoni naturali che proteggevano le nostre strade e le nostre case, nella percezione di una primavera normale, un messaggio: basta poco,  basterebbe poco, magari un desiderio meno pressante di profitto economico, magari una volontà umana generalizzata, magari… magari…per permetterti, cara Terra, di ricostituire  i nodi lacerati del tessuto  universale  in cui siamo tutti  immersi.

Riflettendo su questa mia lettera a Te, penso che essa sia anche, e soprattutto, una lettera di speranza d’amore a noi uomini, un invito a non inseguire l’effimero, a prendere coscienza che Tu non sei Cosa Nostra, ma Casa Nostra, a perseguire l’armonia, a   ri-pensare il ben-essere, il ben-vivere.

Daniela Basti

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